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Il viaggio di Soumaila

21.2.2020

Mi chiamo Soumaila e sono nato a Dieoura, Mali, il 31 dicembre 1991.

Ho dovuto lasciare la scuola a 12 anni per andare a lavorare perchè dovevo aiutare economicamente la mia famiglia.

Ho lavorato prima nel forno di mio padre, poi come agricoltore, poi meccanico, ma poi mi sono dovuto spostare in un'altra regione del mio paese.

Negli anni la situazione politica è diventata molto difficile perchè il Mali si è diviso in due dopo un colpo di stato, una guerra civile  e il nascere di  fazioni fondamentaliste legate ad al-Qa’ida.

Era pericoloso anche solo camminare per la strada: se dichiaravi di essere maliano alla fazione contraria, venivi prelevato ed ingaggiato dalle milizie opposte. Se non accettavi, venivi ucciso. 

A 22 anni ho così deciso di lasciare il Mali per raggiungere la Libia, passando per l’Algeria.

Sono partito con altri 15 ragazzi, stipati in un pick up: in ogni posto che raggiungevamo, venivamo fermati e ci venivano presi i documenti che ce li rilasciavano solo dietro pagamento. 

Abbiamo attraversato il deserto, viaggiato di giorno e di notte, correndo anche a piedi per tante ore.

Una volta arrivati in Libia, la situazione era veramente difficile e pericolosa: nelle piazze, addirittura i bambini sparavano o ti aggredivano con i coltelli.

Arrivati a Tripoli siamo stati arrestati, chiusi per due mesi in una prigione non autorizzata, senza vedere mai la luce, mangiando poco e  una sola volta al giorno.

Un mattino, decidemmo di scappare buttando giù la porta ed iniziammo a correre in tutte le direzioni, io verso il mare. Nella fretta scappai a piedi nudi, correndo così per chilometri. 

Salii con altre 200 persone su un'imbarcazione che disponeva solo di 20 litri di carburante.

Il viaggio è durato due giorni, senza mangiare né dormire.

Quando stavamo finendo il carburante, ci ha raggiunto una imbarcazione più grande, i nostri soccorritori parlavano varie lingue lanciandoci giubbotti e corde.

La gente disperata, urlava e cercava di salvarsi, anche buttandosi in mare, non riuscendo a prendere le cime.

Ho visto tante persone non risalire dal fondo del mare, compresa una donna incinta con i suoi figli piccoli.

Un uomo era entrato nel panico, non vedendo la costa, ha iniziato ad urlare e si voleva gettare nel mare, siamo riusciti a trattenerlo. 

Sono stato male, malissimo.

Il 2 marzo del 2013 siamo arrivati a Lampedusa, dove mi hanno portato subito all'ospedale, debole e denutrito. Non mangiavo e non dormivo da giorni. 

Dopo la prima accoglienza mi hanno portato in uno SPRAR a Chianciano terme, poi a Velletri e da un anno sono a Ripa.

Dai frati ho trovato il calore dell'accoglienza che mi ha permesso di prendere fiato e ricominciare a costruire la mia vita.

Ora ho trovato lavoro con un contratto stabile in un panificio, che mi permette non solo di aiutare la mia famiglia, ma di iniziare a vivere in autonomia. 

Per la prima volta, dopo anni condivido i momenti della giornata insieme agli altri, seduti allo stesso tavolo come una famiglia, non pensavo potesse succedere ancora nella mia vita.

 

 

 

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